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Fiabe Bielorusse
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Domenica 19 Dicembre 2010 01:37
Nonno Gelo
(Afanas'ev tratta dalla raccolta: "Antiche fiabe russe")

 nonnogelo

Una matrigna aveva una figliastra e una figlia. Qualsiasi cosa facesse la figlia, la accarezzavano sulla testa e dicevano: "Che intelligente!". La figliastra, qualsiasi cosa buona facesse, non andava mai bene, non doveva fare così, era tutto brutto. E invece bisogna dirlo: la ragazza era oro, aveva le mani come il formaggio nel burro. Ma la madre ogni giorno si bagnava di lacrime. Il vento prima soffia, poi tace. Ma la vecchia baba prima s'infuria, però non si calma subito, pensa sempre a qualche dispetto così la donna pensò di cacciare la figliastra da casa: "Portala, portala, vecchio, dove vuoi, purché i miei occhi non la vedano, e le mie orecchie non sentano più parlare di lei; ma non portarla dai parenti, in una casa calda, ma portala nel campo, nel gelo scricchiolante!". Il vecchio si rattristò, per un poco, e pianse, poi mise la ragazza sulla slitta, voleva coprirla con una coperta, ma ebbe paura. Portò la sventurata senza casa in un campo aperto, la scaricò su un cumulo di neve, le fece il segno della croce, e in fretta tornò a casa, per non assistere alla morte della figlia.
La poverina rimase sola, trema e e dice una muta preghiera. Arriva il Gelo; saltella, fa dei salti, e osserva la bella ragazza: "Ragazza, ragazza! Io sono Gelo Naso-rosso!". "Salute a te, Gelo. Si capisce che Dio ti ha mandato per la mia anima peccatrice." Gelo voleva colpirla e assiderarla; ma ammirò le sue parole, provò compassione! Le buttò una pelliccia. Lei l'indossò, si strofinò i piedi, si mette a sedere. Viene di nuovo Gelo Naso-rosso, saltella, balla, guarda la bella ragazza: "Ragazza, ragazza, io sono Gelo Naso-rosso!" "Salute a te, Gelo. Si capisce che Dio ti ha mandato per la mia anima peccatrice." Gelo sembrò non essere proprio in sé: portò alla bella ragazza un grande baule, pieno di ogni sorta di regali. Lei si sedette, nella sua pelliccia, sul baule, così allegra, così bellina! Arriva di nuovo Nonno Gelo Naso-rosso, saltella, balla, e guarda la bella ragazza. Lei lo accolse con un saluto, e lui le regalò un vestito cucito d'oro e d'argento. Lei lo indossò e fu una vera bellezza, una vera eleganza! Siede e canta.
La matrigna prepara intanto la veglia funebre per lei, cuoce le frittelle. "Và, vecchio, porta a seppellire la tua figlia." Il vecchio se ne andò. E il cane sotto il tavolo: "Bau, Bau! Adesso portano la figlia del vecchio tutta vestita d'oro e d'argento, ma la figlia della vecchia i fidanzati non la prenderannno!". "Taci, stupido cane. Eccoti una frittella, e dì: «I fidanzati prenderanno la figlia della vecchia, e della figlia del vecchio porteranno solo gli ossicini!» Il cane si mangiò la frittella, ma disse di nuovo: "Bau, bau, bau. Portano la figlia del vecchio tutta vestita d'oro e d'argento, ma la figlia della vecchia i fidanzati non la prenderanno!" La vecchia diede al cane le frittelle e lo picchiava, ma lui, sempre: "Portano la figlia del vecchio tutta vestita d'oro e d'argento, ma i fidanzati non prenderanno la figlia della vecchia!".
Il portone scricchiolò, si aprì la porta della capanna, portano un alto e pesante baule, entra la figliastra, tutta risplendente come una vera signora! La matrigna la guardò e allarga le braccia! "Vecchio, vecchio, attacca altri cavalli, e porta presto mia figlia! Mettila nello stesso campo, nello stesso posto!" Il vecchio portò la figliastra nello stesso campo, nello stesso posto, e depose la ragazza. Arrivò Nonno Gelo Naso-rosso, guardò la sua ospite, saltellò e ballò, ma buone parole non le ebbe. Allora si arrabbiò, l'afferrò e la uccise. "Vecchio, và, portami la mia ragazza, attacca cavalli selvatici, non far affondare la slitta, non perdere il baule!" E il cane, sotto il tavolo:"Bau, bau! I fidanzati prenderanno la figlia del vecchio, ma porteranno in un sacco gli ossicini della figlia della vecchia!" "Non mentire! Eccoti una torta. Dì: «porteranno la figlia della vecchia vestita d'oro e d'argento!»
Si aprì il portone, la vecchia corse incontro alla figlia, ma invece di lei abbracciò un corpo freddo. Pianse, gridò, ma ormai era troppo tardi.

 

 
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Domenica 19 Dicembre 2010 01:36

Lo zar Saltan

(A.Pushkin)

lozarsaltanIn una una graziosa casetta dalle finestre fiorite vivevano una volta tre sorelle. Un giorno esse stavano filando nel giardino davanti alla casa e chiacchieravano tra loro. "Se fossi zarina," disse la prima "cucinerei con le mie mani un banchetto squisito per tutte le genti del reame." "Se fossi zarina," disse la seconda "tesserei un abito meraviglioso per ogni abitante della terra." "Se fossi zarina," disse la terza dolcemente "regalerei allo zar un figlio eroe." In quel momento un giovane aprì il cancello di ferro battuto ed entrò nel giardino. "Sono lo zar Saltan" egli annunciò. "Passavo da queste parti e mi è capitato di sentire i vostri discorsi. Vuoi essere mia sposa, graziosa fanciulla?" soggiunse rivolgendosi alla terza sorella. "E voi, damigelle, volete essere la cuoca e la tessitrice di corte?" Lo zar fece salire la sua futura sposa su un bianco cavallo e la condusse a palazzo. Quando vi giunsero, si celebrarono subito le nozze e, in onore degli sposi fu indetto un grandioso banchetto. Le stanze del castello risuonavano di allegre grida e di risate; ma nella grande cucina e nella stanza degli arcolai le due sorelle, si rodevano per l'invidia e non riuscivano in nessun modo a darsi pace.
Era trascorso poco tempo quando lo zar dovette balzare sul suo cavallo e partire per la guerra. Per lunghi mesi egli rimase lontano, occupato a combattere i nemici del suo regno, e nel frattempo Dio donò alla zarina un bimbo bellissimo, alto quasi un metro. La zarina lo guardò con amore orgoglioso, come un'aquila guarda il suo aquilotto. Subito fu inviato un messo allo zar con la bella notizia. Ma le due invidiose sorelle e la vecchia comare Barbarica fermarono per strada il messaggero, lo distrassero con una scusa e gli infilarono nella bisaccia un altro messaggio che diceva: "La nostra zarina ha donato allo zar un essere mostruoso, un animale sconosciuto. Che dobbiamo fare?" Non appena lo zar ebbe letto quest'orribile notizia, sentì una pena acuta stringergli il cuore. Poi prese uno stilo e scrisse: "Si attenda il mio ritorno". Il messaggero ritornò al castello, ma non aveva ancora varcato il ponte levatoio quando le due invidiose sorelle, che avevano spiato ansiosamente il suo arrivo, gli afferrarono le briglie, lo fecero scendere da cavallo e lo condussero in cucina. Qui con mille chiacchiere e qualche bicchiere di vino, riuscirono di nuovo a sostituire il messaggio con un altro che diceva: "Che la zarina e la sua creatura siano chiusi in una botte e gettati immediatamente in fondo al mare. Ordine dello zar".
Il nunzio portò il messaggio ai nobili del palazzo ed essi, benché inorriditi e sconvolti, dovettero eseguire l'ordine del loro sovrano. Presero la zarina e il suo bellissimo bimbo, li chiusero in una botte e li gettarono nel nero mare, in balia delle onde. Poi tornarono al castello e, assaliti dal rimorso, si coprirono il capo di cenere. Scese la notte: le stelle si accesero, la luna mandò i suoi raggi a inargentare le onde del mare. Laggiù, tra onda e onda, cullata dal vento, una botticella continuava il suo viaggio. Piangeva nell'interno la zarina e cercava invano, battendo i piccoli pugni sul legno, di spezzarlo; il principino cresceva di ora in ora, diventava grande, bello e forte, e implorava l'onda ad alta voce: "Onda gentile, onda inargentata, tu che accarezzi le rive del mare, tu che levighi i sassi dei fiumi, tu che vai cantando, libera e felice, la tua canzone, ti prego, non farci morire, abbi pietà di noi, salvaci! Facci approdare su una riva amica! Fa che troviamo gente ospitale che ci accolga nella sua terra!" L'onda ubbidì. Prese la botticella e la depose sulla spiaggia, poi si ritirò quietamente. Il principino si drizzò in piedi, punto il capo contro il coperchio e questo si spezzò, lasciando uscire la zarina e suo figlio. Si ritrovarono in un isola deserta, coperta di verdissimi prati e dominata da una collina, su cui s'innalzava, ben salda, una quercia. La zarina rivolse lo sguardo al cielo e s'inginocchiò sulla spiaggia per ringraziare Dio di averli tratti in salvo. Il fanciullo si guardò attorno, poi si diresse subito verso la grande quercia e ne spezzò un ramo. Ne staccò le foglie, e lo mise da parte. Poi sfilò il cordone di seta della croce che portava al collo, prese il ramo, curvò ad arco e all'estremità legò il cordone; staccò un ramoscello e lo appuntì per farne una freccia, e con il nuovo arco s'incamminò lungo la spiaggia per procurare la cena per sé e per sua madre.
A un tratto gli giunsero all'orecchio dei gemiti. ' Chi può essere? ' pensò il principino, allarmato. ' Chi mai si lamenta su quest'isola deserta?' Ma ecco, i gemiti si facevamo sempre più vicini, si udiva un ronzio, un batter d'ali, e laggiù, tra le alghe, il fanciullo scorse un cigno meraviglioso, con le ali di un candore abbagliante, nell'atto di difendersi dagli assalti di un orribile sparviero dal becco spalancato. Lo sparviero aveva già sfoderato gli artigli e protendeva il becco adunco, quando la freccia del principino trafisse l'aria sibilando e gli penetrò nel collo. Subito l'uccellaccio piombò a picco nel mare lanciando un urlo lacerante, e il suo sangue tinse l'acqua di rosso. Allora il cigno levò verso il fanciullo il suo lungo collo flessuoso e cominciò a parlare con voce dolcissima: "Grazie, figlio dello zar, per avermi salvata. Io non sono un cigno, ma una fanciulla vittima di un incantesimo, e quello che tu hai trafitto non era uno sparviero, bensì il mago crudele che mi teneva prigioniera. Io ti sarò grata per sempre di ciò che hai fatto e ti sarò al fianco quando avrai bisogno di me. Ora torna da tua madre e và a riposare. Addio!" E il cigno si levò in volo. Il principino guardò a lungo il cigno che si allontanava e poi tornò da sua madre e tutti e due si addormentarono sulla riva del mare, e il mattino dopo, non appena i sogni della notte fuggirono via, una meravigliosa sorpresa attendeva il principino! L'isola non era più deserta, ma vi s'innalzava una grande città, circondata da bianche mura merlate; le torri dei palazzi e le cupole dei monasteri risplendevano al sole e un gioioso scampanio annunciava una grande festa. "Mamma, mamma guarda!" gridò il fanciullo, destando la zarina. "Oh!" mormorò la zarina. "Chi mai avrà fatto sorgere, stanotte, questa città?" E insieme si avviarono verso i cancelli. "Senti questo scampanio?" disse ad un tratto la zarina. "Sembra che ci sia una grande festa. Chi sarà il festeggiato?" "Guarda, mamma, le carrozze dorate che vengono da questa parte, con dentro tante dame e tanti cavalieri! E guarda che magnifici cavalli! E quanta gente viene verso di noi! Che cosa vorrà?" "Vogliamo incoronarti nostro principe" gli disse un vegliardo dalla lunga barba bianca. Poi gli posò sul capo una corona e soggiunse: "Che d'ora innanzi tu sai il nostro amato sovrano, con il nome di principe Guidone.
Grandi acclamazioni si levarono. La folla si strinse festante attorno al fanciullo sovrano mentre la zarina piangeva di gioia. Poi la zarina e il fanciullo furono accompagnati nello splendido palazzo reale, dove ebbero luogo grandi festeggiamenti. Una nave correva veloce sulle onde, le grandi vele spiegate. Il nocchiero, dall'alto, scrutava l'orizzonte. A un tratto, un grido: "Terra in vista!" I marinai si affollarono sul ponte. È l'isola deserta! L'isola della quercia!" gridò uno. "E ora vi sorge una città, con torri e le mura merlate! Che strano prodigio è mai questo?" "Sentite? I cannoni sparano a salve per invitarci ad approdare. Presto, accostate! Gettare l'ancora!" I marinai scesero a terra e il principe Guidone mandò ambasciatori per invitarli a palazzo e fece preparare un banchetto. "In cosa commerciate, ospiti?" chiese il principe. "In pellicce e pietre preziose. Abbiamo viaggiato in lontane contrade, e ora stiamo tornando in patria, nella terra del glorioso zar Saltan." A queste parole il principe Guidone trasalì. "Che il mare vi trasporti quietamente e il vento vi possa sospingere fino in patria, naviganti" disse "E, là giunti recate il mio saluto allo zar Saltan." I marinai risalirono sulla nave e ripartirono, mentre sulla riva il principe Guidone guardava sospirando le bianche vele che si allontanavano veloci sul mare. Un guizzo sull'acqua, uno scintillio di bollicine d'argento, una cascatella di candida spuma, ed ecco che la dolce principessa Cigno apparve sulla cresta dell'onda. "Salute a te, mio principe" ella disse. "Perché mai sei così triste e malinconico?" "La nostalgia della mia terra e il desiderio di rivedere mio padre mi opprimono, cigno gentile." "Io sono in grado di alleviare il tuo dolore, principe. Non vorresti volare dietro alla nave fino alla tua terra e a tuo padre? Ebbene, farò in modo che il tuo desiderio venga esaudito: che tu sia trasformato in una zanzara!"
Il cigno scosse le ali e spruzzò il principe di mille goccioline d'argento. Egli divenne fin quasi a scomparire, e si trasformò in uno zanzarino, che volò ronzando dietro la nave. La nave correva veloce su un mare tranquillo, sospinta da un allegro venticello. Il principe zanzarino la seguiva, volando sulla scia, con gli occhi rivolti alla sua patria. Ecco la terra! Ecco le bianche torri! I naviganti approdarono felicemente e una gran folla venne loro incontro per salutarli. Ad accoglierli c'erano anche i messaggeri dello zar che li invitarono a palazzo. Nella sala delle udienze lo zar Saltan sedeva sul trono con il volto malinconico e assente come se il suo pensiero vagasse lontano. Le due invidiose cognate e la comare Barbarica gli sedevano accanto in silenzio. Lo zanzarino fece un voletto affettuoso attorno al capo dello zar, poi si posò sulla sua manica sinistra. "Da quali paesi venite?" chiese lo zar. "Avete viaggiato a lungo? Quali meraviglie avete visto nel grande mondo?" "Molte cose straordinarie abbiamo viste. Strane usanze e incantevoli paesaggi. Ma la cosa più strana e meravigliosa è stata questa: dove un tempo sorgeva un'isola deserta, è sbocciata d'un tratto una bellissima città, con le cupole d'oro risplendenti al sole, i giardini profumati e una reggia grande e imponente. Vi regna il principe Guidone, che ti manda i suoi saluti. "Ma è un fatto veramente prodigioso!" esclamò lo zar Saltan. "Questa strana isola mi incuriosisce molto. Voglio proprio andare a vederla e a rendere visita al principe Guidone."
Le tre donne si guardarono. Chi era mai questo principe Guidone? Nessuno ne aveva sentito parlare. "Ma che cosa c'è di tanto straordinario in quello che avete raccontato?" saltò su allora la sorella cuoca. "Io sì che conosco un posto dove succedono cose stupefacenti". E dopo una pausa, proseguì: "In un bosco di mia conoscenza c'è un abete, sotto l'abete c'è uno scoiattolo, lo scoiattolo canta canzoncine e sgranocchia continuamente noccioline. Le noccioline hanno il guscio d'oro e la mandorla di smeraldo. Lo zar, pieno di stupore, aveva già dimenticato la strana isola con le cupole splendenti. Allora lo zanzarino andò ronzando a pungere la cuoca sopra l'occhio destro. Potete immaginarvi il parapiglia che si scatenò! Tutti correvano, urlando, si sbracciavano per afferrare l'impudente zanzarino, ma questi fuggì via dalla finestra spalancata e se ne tornò alla sua terra.
Alcune sere dopo, il principe, che aveva ripreso il suo aspetto umano, passeggiava sulle rive del mare, sospirando. La luna mandava i suoi raggi sull'acqua. Ma ecco, i raggi s'intrecciano in modo bizzarro, disegnando un'ala, lungo collo, un cigno! "Salve, mio principe!" mormorò dolcemente la principessa Cigno "Perché passeggi triste e pensieroso sulle rive del mare?" "Un desiderio irrealizzabile mi tormenta, cigno gentile. Laggiù, nella reggia di mio padre, ho udito parlare di un bosco dove vive uno scoiattolo che, cantando una canzoncina, sgranocchia noccioline d'oro purissimo che hanno l'interno di smeraldo. Io vorrei possedere questo scoiattolo, ma purtroppo ciò non può avverarsi." "Non rattristarti, mio principe. Ciò che desideri non è impossibile. Sono felice di poterti aiutare e di provarti la mia riconoscenza. Torna a casa e vedrai". Rasserenato, il principe Guidone ritornò a casa e vi immaginate che cosa vide non appena ebbe varcato il cancello del suo giardino? Lo scoiattolo fatato che sgranocchiava allegramente noccioline e faceva tanti mucchietti dei guscind'oro e dei frutti di smeraldo! I dignitari e le dame di corte lo guardavano con gli occhi spalancati per la meraviglia. Il principe batté le mani per la contentezza; ringraziò dentro di sé il cigno amico e fece costruire per lo scoiattolo una bellissima casetta di cristallo, con la vaschetta per fare il bagno, la spazzolina per pettinarsi la lunga coda e un'altalena per cullare i suoi sogni. La nave correva veloce sull'onda, sospinta dal vento. Il sole giocava con le sue vele e con il ponte, bruciate sotto i suoi raggi. Poi l'isola della quercia si delineò all'orizzonte e i cannoni a salve per invitare i naviganti a entrare nel porto. Ammessi nella reggia, i marinai chinarono la testa davanti al principe Guidone. "Che nuove mi portate, ospiti?" chiese il principe. "Da quale terra venite e dove state andando?" "Siamo andati in lontani paesi e abbiamo commerciato in cavalli; ora stiamo navigando verso la terra di Saltan, nostro zar. Vi auguro che la vostra nave giunga felicemente in porto, naviganti. E, non appena sarete in patria, vi prego, non dimenticate di dire allo zar Saltan che il principe Guidone gli manda il suo saluto." Gli ospiti si accomiatarono da lui e ripartirono sulla loro nave.
Guidone andò a passeggiare sulla riva del mare, fissando lo sguardo sulle bianche vele che si allontanavano. Il cigno si avvicinò silenziosamente al giovane e gli disse: "Che hai, mio principe? Perché te ne stai qui solo soletto e sospiri? Che cosa ti affligge questa volta?" "Una grande nostalgia mi punge il cuore. Vorrei volare via come quella nave, sulla cresta dell'onda, verso la mia patria e mio padre, ma non ho ali che mi trasportino." Il principe non aveva ancora finito di parlare che già la principessa Cigno aveva scosso le ali ed egli si era trasformato in un ronzante moscone. "Addio, cigno gentile! E grazie!" e il principe moscone andò a posarsi sull'albero maestro. La nave correva veloce sull'onda e già entrava nel porto. I naviganti furono invitati a reggia dallo zar Saltan e il nostro audace moscone volò dentro con loro. Lo zar era seduto su un trono tutto d'oro, aveva in capo una corona risplendente di pietre preziose, ma il suo sguardo era triste. Accanto a lui, come sempre, erano sedute le due cognate e la comare Barbarica. "Da dove venite, naviganti?" chiese lo zar Saltan. "Avete fatto buon viaggio? Che novità vi sono nel mondo?" "Abbiamo visto cose meravigliose, sire, ma la più meravigliosa di tutte è stata questa: in mezzo al mare vi è un'isola in cui è sorta all'improvviso una città dalle cupole risplendenti. Nel giardino della reggia cresce un abete: sotto l'abete c'è uno scoiattolo che canta una canzoncina e sgranocchia noccioline i cui gusci sono d'oro e i cui frutti sono di smeraldo. Lo scoiattolo vive in una casetta di cristallo. Con i gusci gli isolani coniano monete e gli smeraldi vengono distribuiti agli abitanti. Signore di quest'isola è il principe Guidone, che ti manda il suo saluto e ti invita nella sua terra." "L'animo dello zar si riempì di stupore ed egli esclamò: "Allestitemi una flotta. Voglio andare a vedere quest'isola incantata e a far visita al principe Guidone." Ma le due sorelle e la comare Barbarica si guardarono sospettose. Chi era mai questo principe Guidone? "Che gran cose raccontate!" esclamò con voce rauca la tessitrice. "Ma che cosa c'è di tanto strano nel fatto che uno scoiattolo sgranocchi noccioline d'oro? Vi racconterò io un fatto molto strano più strabiliante."
Nella sala si fece improvvisamente un gran silenzio. La tessitrice proseguì cantilenando: "Sulle rive di un mare lontano, agli estremi confini della terra, si dice succeda questo strano fenomeno; percorso da un vento di tempesta, il mare ribolle, schiumeggia, si gonfia; dalle sue acque sorgono infine trentatre guerrieri alti e forti e armati fino ai denti, ricoperti di squame lucenti. E alla loro testa c'è l'antico eroe Tcernomor. Questo si che è un prodigio unico al mondo!" Tutti ammutolirono per la meraviglia e lo zar Saltan era già dimenticato dell'isola della quercia. Il moscone allora s'infuriò e, ronzando sul capo della tessitrice, la punse sotto l'occhio sinistro. "Uccidetelo!" urlavano tutti. "Presto, acchiappatelo! Non lasciatelo scappare! Di qua! No, di là!" Ma il principe moscone fuggì via veloce attraverso la finestra e se ne tornò alla sua terra. La sera, dopo il tramonto, il principe Guidone andava sulle rive del mare. Nuotando silenziosamente, gli s'accostò ancora una volta la dolce principessa Cigno. "Che hai, mio principe?" mormorò. "Perché passeggi triste e pensieroso sulla riva del mare? Perché guardi l'orizzonte e sospiri? Che cosa c'è che non va?" "Un grande desiderio mi riempie il cuore gentile. Ho sentito dire che vi è un luogo nel mondo in cui il mare, percosso da un vento di tempesta, ribolle, schiumeggia e infine lascia uscire dalle sue acque trentatré guerrieri alti e forti armati fino ai denti, ricoperti di squame lucenti. E alla loro testa c'è l'antico eroe Tcernomor. Oh, come vorrei poter vedere con i miei occhi questo strano prodigio! Ma purtroppo non potrò mai realizzare questo desiderio.." "Non rattristarti, mio principe. Io posso aiutarti a realizzare il tuo desiderio. Quei guerrieri del mare sono miei fratelli. Torna a casa tranquillo e attendi".
Il principe tornò a casa rasserenato e salì in cima alla più alta torre, fissando lo sguardo sul mare. A un tratto un soffio di tempesta sconvolse il mare, che ribolle, schiumeggia, si gonfia, poi lascia sulla sabbia trentatré fortissimi guerrieri, rivestiti di squame lucenti. I guerrieri avanzano in fila, le armi in pugno, e innanzi a tutti va l'antico eroe Tcernomor. Guidone si precipitò giù dalle scale e corse incontro agli ospiti. Le guardie spalancarono i cancelli della città per fare entrare i trentatré guerrieri. I guerrieri entrarono con il capo fieramente eretto, e le loro squame mandavano bagliori sinistri. Il capo, Tcernomor, si presentò al principe Guidone. "La principessa Cigno, nostra sorella, ci ha mandato da te, affinché sorvegliamo la tua gloriosa città. Tutti i giorni, alla stessa ora, noi emergeremo dalle acque e monteremo la guardia alle mura. Così voi potete riposare tranquilli. A domani, dunque!" E i guerrieri scomparvero nuovamente nel fondo marino. La nave correva veloce sul mare, un vento leggiero increspava le onde. Ecco apparire l'isola dalle cupole splendenti! I cannoni spararono a salve, invitando il veliero a entrare nel porto. Ecco i naviganti davanti al principe Guidone. "Da dove venite. Ospiti, e dove state andando? In cosa avete commerciato? In pellicce, in cavalli o in pietre preziose?" "In corazze, principe, e in oro zecchino. E ora stiamo tornando nella nostra patria, dove regna lo zar Saltan." "Che un vento amico sospinga la vostra nave e che possiate giungere in patria sani e salvi. Porgete, vi prego, i miei saluti allo zar Saltan."
I marinai tornarono sulla nave e ripartirono e il principe Guidone rimase sul lido, con lo sguardo fisso alle bianche vele che s'allontanavano. Un guizzo sull'acqua, uno scintillio di piume bianche e ancora una volta il cigno apparve sulla cresta dell'onda. "Che hai, mio principe, che te ne stai qui tutto solo soletto a sospirare, e guardi la nave che si allontana in fretta sul mare?" "Una pena infinita mi opprime, cigno gentile. La mia anima vorrebbe volar via.." Un breve sbatter d'ali, uno spruzzo di argentee goccioline e il principe, trasformato in calabrone, volò via ronzando sulla scia della nave. Scese la notte punteggiata di stelle, poi sorse un nuovo giorno. Il calabrone continuava a volar dietro la nave e i grandi uccelli del mare lo guardavano stupiti. Laggiù, il porto sicuro attendeva la nave che si avvicinava a vele spiegate. Ecco, la nave entra in porto, i cancelli della reggia si spalancano, giungono i naviganti scortati dalle guardie d'onore, e dietro di loro vola il calabrone. Lo zar Saltan sedeva sul trono d'oro lucente, ma un pensiero tormentoso gli oscurava il volto. Egli ricevette con tutti gli onori i naviganti, li invitò alla sua tavola, poi prese a interrogarli: "Ditemi, ospiti, quali terre avete visitate? Quali nuove meraviglie avete visto nel vasto mondo?" "Siamo andati in lontane contrade, sire, e abbiamo visto molte meraviglie, ma la meraviglia più grande è stata questa: su un'isola un tempo deserta sorge ora una città in cui ogni giorno accede uno strano prodigio. Il mare ribolle e schiumeggia, scagliando le sue onde sul lido, e dalla spuma delle onde emergono trentatré guerrieri alti, forti e ben armati, guidati dall'antico eroe Tcernomor. Essi avanzano verso le mura della città e montano la guardia all'isola, rimanendo dritti e immobili fino al calare del sole. Solo allora rientrano ne mare. Signore di quest'isola è il principe Guidone, che ti manda il suo saluto più affettuoso. Lo zar Saltan si sentì preso da grande meraviglia ed esclamò: "Presto allestitemi una flotta! Voglio recarmi nell'isola misteriosa a fare visita al principe Guidone." Ma le due invidiose sorelle e la comare Barbarica si guardarono bieche in volto. Chi era dunque questo misterioso principe Guidone? E se fosse stato.. No, lo zar non doveva assolutamente andare a fargli visita! "Non stare ad ascoltare questa gente, mio zar!" esclamò allora la vecchia comare Barbarica. "Che cosa c'è di tanto strano se i guerrieri escono dal mare e montano la guardia a una città? Ora ti racconterò io un fatto molto più straordinario. Al di là dei mari, in una terra sconosciuta, dicono che viva una principessa bellissima. Di giorno ella offusca col suo splendore la luce del sole e di notte illumina la terra. Nelle sue trecce nerissime splende una falce di luna e sulla sua candida fronte brilla una stella. Tanta è la sua grazia nel camminare che pare un cigno che scivoli sull'acqua, e la sua voce sembra il canto della sorgente." Tutti ascoltavano incantati. Ma a un tratto si udì un grido: il calabrone aveva punto il naso della comare Barbarica, poi era volato via in gran fretta.
La sera era scesa sul mare e sulla terra. I raggi della luna giocavano con le onde increspate dal vento. Pensieroso, il principe Guidone s'aggirava sulla spiaggia. "Che hai, mio principe, per aggirarti così triste e malinconico?" mormorava il cigno avvicinandosi. "Quale altro desiderio ti accora?" "Un desiderio ancora più grande degli altri, mio cigno, ma ancora più difficile da realizzare. Laggiù, nella reggia di mio padre, ho sentito parlare di una fanciulla di meraviglia bellezza, che di giorno offusca col suo splendore la luce del sole e di notte illumina la terra. Una falce di luna le splende nelle nere trecce e una stella le brilla in fronte. Quand'ella cammina sembra che scivoli sull'acqua e la sua voce sembra il canto della sorgente. Vorrei che quella fanciulla diventasse mia sposa.. ma questo non è che un sogno." Un lungo silenzio seguì queste parole. Non si sentiva che il mormorio delle onde e il fruscio del vento. Infine la dolce principessa Cigno rispose esitante. "La fanciulla che cerchi esiste veramente, mio principe, ma sei proprio sicuro di volerla sposare? Pensaci bene, per non doverti pentire in seguito." "Ci ho pensato abbastanza e ormai ho deciso. Stanotte stessa partirò per andare alla ricerca della fanciulla dalla stella in fronte." "Non c'è bisogno che tu parta, mio principe" sussurrò allora il cigno. "Attendi e vedrai.." E davanti agli occhi del principe accadde un fatto straordinario. Il cigno aprì le ali come per volare via, tese verso l'alto il lungo collo; una nube di spuma lo nascose agli occhi del principe, poi una fanciulla di meravigliosa bellezza apparve al suo posto: una falce di luna le splendeva nelle nere trecce e una stella le brillava in fronte; ella camminava sull'acqua lieve come un cigno che scivoli sulle onde e quando parlava la sua voce era armoniosa come il canto della sorgente. "Sono io la fanciulla che cercavi" ella disse. "E, se tu vuoi, sarò la tua sposa." Il principe la prese per mano e la condusse davanti a sua madre. I due giovani s'inginocchiarono davanti a lei e Guidone pregò: "Questa è la sposa che ho scelto, mamma. Dacci il tuo consenso e la tua benedizione, perché i tuoi figli possano vivere nella gioia e nell'amore." Felice, la zarina benedisse i due giovani e, la sera stessa si celebrarono le nozze.
A vele spiegate, la nave correva sulle onde, sospinta dal vento. Passò davanti l'isola dalle torri spendenti, i cannoni sparano a salve e la nave entrò in porto. I naviganti sono introdotti nella sala del trono dal principe Guidone. Accanto a lui siede la principessa Cigno e un dolce chiarore la circonda. "In che cosa commerciate, miei ospiti?" s'informa il principe. "Verso quale terra siete diretti?" "Ci siamo recati in terre lontane, principe, e abbiamo commerciato in spezie. Ora stiamo facendo ritorno in patria, la terra del glorioso zar Saltan." "Che il mare vi sia propizio, miei ospiti, e le onde non vi travolgono. Quando giungerete in patria, recate il mio saluto allo zar Saltan e ricordategli la sua promessa di venirmi a trovare." I naviganti ripartirono, ma questa volta il principe Guidone non li seguì pensieroso sulla riva del mare, con lo sguardo rivolto alle vele fuggenti. Questa volta il principe restò felice nella reggia, accanto alla sua sposa luminosa. Nulla più lo spingeva ad andare sull'ampio mare. Il veliero giunse nel porto, le bianche vele spiegate; i naviganti furono invitati a corte dallo zar. Egli sedeva sul suo trono d'oro lucente e un pensiero tormentoso gli oscurava il volto. Le tre donne gli sedevano accanto sospettose. Saltan invitò gli ospiti a banchetto e poi prese a interrogarli: "Ditemi, naviganti, quali terre avete visitato? Quali nuove meraviglie avete visto?" "Abbiamo visitato lontane contrade e abbiamo visto molte meraviglie, sire. Ma la meraviglia più grande è stata questa: in un'isola una volta deserta è sorta una grande città dalle cupole risplendenti al sole. Nel giardino della reggia c'è uno scoiattolo che sgranocchia noccioline d'oro con la mandorla di smeraldo. Attorno alle mura ci sono trentatré guerrieri che escono ogni giorno dal mare schiumeggiante per venire a custodire la città. E nella sala delle udienze c'è una fanciulla di straordinaria bellezza, con una falce di luna nei capelli e una stella in fronte. Quand'ella cammina pare un cigno che scivoli sull'acqua e quando parla sembra una sorgente che mormori il suo canto. Ella è la sposa del principe Guidone, che ti saluta e ti rinnova il suo invito." Allora lo zar prese la grande decisione: fece allestire la flotta e si preparò al lungo viaggio. Invano, questa volta, le due invidiose sorelle e la vecchia comare Barbarica tentarono di trattenerlo. "Lasciatemi!" egli gridò sdegnosamente. "Sono o non sono lo zar?" E se ne uscì a grandi passi.
Su una torre del castello il principe Guidone scrutava il mare in lontananza. Alcuni gabbiani roteavano pigramente sull'acqua, lanciando ogni tanto il loro stridulo grido. Ma null'altro, né uomo né animale, rompeva il silenzio e la solitudine del luogo. Eppure .. c'era qualcosa laggiù, un puntino che s'ingrandiva via via che s'avvicinava.. sì, era una grande vela bianca, era il veliero dello zar Saltan! Quando la nave approdò nel porto, i cannoni spararono a salve e le campane sonarono gioiosamente. Guidone stesso si recò incontro al padre, si prostrò ai suoi piedi, poi, in silenzio, lo precedette verso la reggia. Schierati ai cancelli della reggia, c'erano i trentatré guerrieri e l'antico eroe Tcernomor, che presentarono le armi allo zar. Nel giardino, lo scoiattolo fatato sgranocchiava noccioline d'oro e cantava la sua gaia canzoncina. E sulla soglia della sala del trono una bellissima fanciulla attendeva lo zar: aveva una falce di luna nei capelli e una stella rilucente in fronte. Teneva per mano la zarina e sorrideva. Lo zar guardò la zarina e trasalì. ' La mia dolce sposa perduta da anni! ' pensò e , scoppiando a piangere, abbracciò la moglie, il figlio e la giovane principessa.
Le due malvagie sorelle e la comare Barbarica, che avevano seguito lo zar, si nascosero negli angoli più bui del castello. Ma Guidone mandò i servi a cercarle e le invitò al grande banchetto, e la zarina perdonò le sue invidiose sorelle. Una grande gioia scese nel cuore di tutti. I trentatré guerrieri intanto montavano la guardia perché nessuno disturbasse il banchetto regale, mentre lo scoiattolo sgranocchiava noccioline vere sulla tavola del principe Guidone.

 

 

 
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Domenica 19 Dicembre 2010 01:34
I capretti e il lupo
(Antiche fiabe russe)

 icaprettieillupo

Nella steppa russa sorgono numerose le isbe, cioè le capanne dei contadini che hanno tetti rossi e spioventi e un'apertura nella porta, a forma di cuore. In una di queste isbe viveva felice Mamma Capra con i suoi figlioli. I caprettini erano molto giovani, sulle loro fronti non si ergevano ancora le corna: non avrebbero potuto, perciò, difendersi dal Lupo Grigio, il feroce lupo della steppa. Così restavano sempre chiuse nell'isba, e fuori andava soltanto la mamma. Ogni mattino metteva il cappellino di paglia ornato di nastri e di fiori, e ripeteva le solite raccomandazioni: "Non aprite a nessuno, perché potrebbe essere il Lupo Grigio, che è feroce e sempre affamato e farebbe di voi un sol boccone: Io tornerò verso sera e vi chiamerò dalla strada: voi riconoscerete la mia voce e le mie parole." Mamma Capra si allontanava verso i prati fioriti e i caprettini rimanevano a guardarla. Poi richiudevano la porta, davano tanto di catenaccio, e passavano tutta la giornata a dormire e a giocare in attesa del suo ritorno. Verso il tramonto la mamma ricompariva e si avvicinava alla porta cantando: "Caprettini, caprettini, vostra madre è arrivata. Ha mangiato l'erbetta tenera; e vi porta il buon latte ed erbe succulente. Aprite, caprettini, aprite alla mamma!". I caprettini riconoscevano la voce dolce della loro mammina e aprivano subito, festeggiandola poi in mille modi. Succhiavano il buon latte, mangiavano le erbe odorose, poi giocavano, cozzavano, si inseguivano, fino a quando non veniva l'ora di andare a letto.
Vivevano così felici e in pace; ma il cattivo Lupo Grigio, il lupo della steppa sempre affamato, che aveva i fianchi scarni e gli occhi di fuoco, pensava che i caprettini sarebbero stati dei bocconcini deliziosi. Ma essi erano troppo guardinghi, e mamma capra troppo coraggiosa e forte, perché il Lupo Grigio riuscisse a impadronirsene con violenza; decise perciò di ricorrere all'astuzia, e un mattino, vista allontanarsi Mamma Capra, si avvicinò alla porta dell'isbe e incominciò a cantare con voce melliflua: "Caprettini, caprettijni, vostra madre è arrivata. Vi ha portato il buon latte. Aprite subito subito!" Ignorava però che si trattava di caprettini ubbidienti, i quali non avevano dimenticato le raccomandazioni ricevute. Si insospettirono... Quella voce cavernosa non somigliava proprio per niente alla voce della loro mamma: e in oltre le parole erano diverse. "Non apriremo" risposero, "la voce di nostra madre è dolce e gentile, mentre la tua sembra quella del Lupo! E le parole non sono le stesse."
Il Lupo Grigio rimase male e si allontanò rimuginando qualche altra astuzia. Prima di tutto avrebbe ascoltato bene la canzone di Mamma Capra per impararla a memoria; poi sarebbe andato dal fabbro ferraio per farsi fare un apparecchio da mettere in gola, capace di rendere la voce dolce e gentile. Cosi fece. Per qualche sera si appiattò nei dintorni dell'isba e ascoltò attentamente le parole di Mamma Capra. Così le imparò a memoria. Poi si presentò al fabbro ferraio. Il fabbro si spaventò moltissimo, vedendo arrivare davanti la sua bottega il Lupo della steppa, dai fianchi incavati per l'eterna fame, e rimase a guardarlo con gli occhi sbarrati per il terrore, con il martello in pugno. "Voglio un apparecchio così e così" spiegò il lupo. "Se non me lo preparerai per domattina, ti divorerò."
Il fabbro indovinò che il lupo voleva quell'apparecchio per compiere qualche altra malefatta, ma era troppo spaventato per rifiutare. Preparò il congegno, e all'indomani lo consegnò al lupo senza pretendere nemmeno il compenso. Il lupo se lo infilò in gola e si accorse con soddisfazione che la sua voce adesso assomigliava in modo sorprendente a quella di Mamma Capra. Senza por tempo in mezzo, spinto dalla bramosia e dalla fame, corse all'isba dai capretti, sedette fuori della porta e incominciò a cantare: "Caprettini, caprettini, vostra madre è arrivata. Ha mangiato l'erbetta tenera, e vi porta il buon latte..." e così via fino in fondo, ripetendo le parole a puntino. I capretti, dentro l'isba, udirono la canzoncina, e il loro primo impulso fu correre ad aprire. Ma...erano capretti prudenti e ubbidienti: e poi, erano appena le quattro del pomeriggio e la mamma non rincasava mai a quell'ora! La maggiore propose alle altre: "Mi affaccerò alla finestra perché, prima di aprire, voglio vedere chi è." Si affacciò e vide che chi cantava dolcemente, fuori della porta, era ancora il lupo! Comunicò la notizia alle sorelle, e tutti quanti rimasero stretti stretti l'uno all'altro ad aspettare tremando il ritorno della mamma vera. Il lupo si sgolò fino al tramonto, ma inutilmente.
E quando vide arrivare Mamma Capra con i suoi cornetti aguzzi e minacciosi che sbucavano dal cappellino in fretta con la coda fra le gambe. I capretti raccontarono la paurosa avventura, e Mamma Capra diede prima loro da bere e da mangiare, e poi vietò severamente di aprire la porta: "Se viene qualcuno e comincia a cantare con voce cupa e a dire cose che io non dico, non aprite la porta e non lasciatelo entrare!" Ma quando se ne fu andata di nuovo, il lupo saltò fuori da dietro il cespuglio, bussò e con voce sottile sottile intonò: ""Caprettini, caprettini, vostra madre è arrivata. Vi ha portato il buon latte. Aprite subito subito!" Ma questa volta I caprettini si fidarono, ed aprirono la porta, e il lupo saltò dentro la casetta e li mangiò tutti. Soltanto uno di loro riuscì a nascondersi dentro la stufa.
Quando finalmente Mamma Capra rientrò, chiamò e richiamò, cantò e ricantò, ma non le rispose nessuno. Ad un tratto s'accorse che la porta era rimasta aperta, e allora, spaventata, corse in casa e non trovò nessuno. "Caprettini, caprettini miei, dove siete?" Poi guardò dentro la stufa e trovò il caprettino superstite, il quale raccontò tutto l'accaduto alla mamma. Essa, saputo come erano andate le cose, si buttò sulla panca e cominciò a piangere sconsolatamente:


Oh, caprettini, miei caprettini!
Perché avete aperto le porte,
Perché avete aperto le ante?
Il lupo vi ha mangiati, il brigante!


Il lupo, nel frattempo, udì il lamento, ed entrò nella casetta e disse: "Capra, mi fai un torto accusandomi di questa disgrazia! Non sono stato io a mangiare i tuoi figli. Non disperarti; vieni, piuttosto, andiamo nel bosco a fare due passi." Mamma Capra, ovviamente, non credette a una sola parola del Lupo, ma decise furbescamente di stare al gioco. Entrarono nel bosco e lì videro una fossa con un gran fuoco acceso. Mamma Capra disse al lupo: "Senti, Lupo, che ne dici d provare un pò chi di noi riesce a saltare la fossa?" Il Lupo cascò nella trappola della capra e accettò. Si misero a saltare; Mamma Capra, che era molto agile, spiccò il salto e fu subito dall'altra parte, mentre il lupo, appesantito dalla gran mangiata, cadde dentro la fossa, nel fuoco. Il ventre gli scoppiò per il gran calore e ne saltarono fuori i caprettini, tutti quanti vivi e vispi, che corsero subito dalla madre e ripresero, tutti insieme, la vita beata di prima. 

 

 
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Domenica 19 Dicembre 2010 01:32
Il soldato e lo zar nel bosco
(Antiche fiabe russe)

ilsoldatoelozar C'era una volta in un certo reame un «mugik*» che aveva due figli. Venne il tempo della leva e il figlio maggiore fu arruolato. Egli servì il sovrano con fedeltà e lealtà e si comportò così bene che in pochi anni arrivò a meritarsi il grado di generale.
In quello stesso periodo fu indetto un nuovo reclutamento e anche il fratello minore dovette partire; gli rasero il capo e il caso volle che egli andasse a finire nello stesso reggimento del quale suo fratello era generale. Il soldato aveva riconosciuto il fratello generale, ma figurarsi! Quello lo rinnegò seccamente: "Io non conosco te e tu non conosci me!"
Una volta il soldato montava di guardia al deposito di munizioni che si trovava vicino all'alloggio del generale; questi dava un pranzo di gala ed erano convenuti da lui una grande quantità di ufficiali e signori. Il soldato nel vedere che quelli se la spassavano allegramente, mentre lui, invece, niente, pianse amare lacrime. Allora gli ospiti cominciarono a chiedergli: "Soldato, perché piangi?" "E come potrei non piangere? Mio fratello se la spassa e si dimentica di me". Gli ospiti lo andarono a raccontare al generale, e il generale si adirò: "E voi gli credete? Mente spudoratamente". Ordinò di fargli dare il cambio e di assestargli trenta bastonate, perché non osasse più dirsi suo parente. Il soldato ne fu talmente offeso che prese il suo equipaggiamento e fuggì dal reggimento.
Passò del tempo e si ritrovò in un bosco fitto e selvaggio dove nessuno aveva il coraggio di entrare e cominciò a vivere nutrendosi di bacche e radici. Qualche tempo dopo lo zar partì per la caccia con gli uomini del suo seguito; galopparono in aperta campagna, sciolsero i segugi, suonarono i corni e cominciarono a cacciare. D'improvviso balzò fuori dalla macchia un bel cervo, sfrecciò accanto allo zar, attraversò il fiume e, giunto all'altra sponda, si addentrò nel bosco. Lo zar lo inseguì; attraversò il fiume, galoppò... D'un tratto si guardò intorno: del cervo non c'era più traccia e i cacciatori erano rimasti indietro, lontani; tutt'intorno si estendevaun bosco fitto e scuro, e non si scorgeva alcun sentiero. Lo zar vagò allora fino al calar della sera, finché, esausto, incontrò il soldato fuggiasco che gli si fece incontro dicendo: "Salve, buon uomo! Come sei capitato qui?" "Ero andato a caccia e mi sono smarrito nel bosco: riconducimi sulla strada, fratello!" "Ma chi sei?" gli chiese il soldato. "Sono un servo dello zar" rispose il sovrano. "Adesso è buio, zar.. meglio pernottare in qualche crepaccio; domani ti ricondurrò sulla strada". Si misero a cercare un luogo dove trascorrere la notte. Cammina e cammina videro una piccola «izba». "Evviva, Dio ci ha mandato un ricovero per la notte; entriamo lì" disse il soldato. Entrarono nell'izba e trovarono una vecchietta seduta. "Salute, nonnetta!" "Salute, soldato!" "Dacci da mangiare e da bere!" "Mangerei io stessa, ma non c'è niente!" "Tu menti, vecchia strega!" disse il soldato e si mise a frugare nella stufa e sugli scaffali, trovando ogni ben di Dio: provviste di vino e pietanze già pronte. Sedettero a tavola, mangiarono a sazietà e poi si arrampicarono a dormire in soffitta. Il soldato disse allo zar: "Aiutati che Dio t'aiuta! Zar, meglio che uno di noi dorma e l'altro faccia la guardia".
Tirarono così a sorte e toccò allo zar per primo stare di guardia. Il soldato gli diede la sua baionetta, lo mise accanto alla porta, gli ordinò di non addormentarsi e si raccomandò di svegliarlo immediatamente se fosse successo qualcosa. Poi, coricatosi, pensò: ' Come se la caverà il mio compagno a far la sentinella? Non essendoci abituato non ce la farà.. Meglio che lo sorvegli '. Lo zar rimase in piedi per qualche tempo, poi cominciò a venirgli sonno: "Che cosa fai, barcolli?" lo richiamò il soldato. "Forse sonnecchi?" "No!" rispose lo zar. "Bè, stai attento!" Lo zar stette di sentinella un altro quarto d'ora, poi di nuovo si addormentò. "Ehi, amico, non starai mica dormendo?" lo riprese dopo un pò il soldato. Lo zar resistette un altro quarto d'ora, poi si sentì piegare le gambe, si accasciò a terra e si addormentò. A quel punto il soldato balzò in piedi, prese la baionetta e cominciò a picchiarlo, dicendo: "È questo il modo di fare la guardia? Io ho servito il reggimento per dieci anni e i superiori non mi hanno perdonato neanche uno sbaglio; ma a te, pare, non ti hanno insegnato nulla. Passi la prima volta, passi la seconda, ma la terza non si può perdonare... Su, adesso và a dormire, farò io la guardia".
Lo zar si coricò e il soldato rimase di sentinella senza chiudere occhio. D'improvviso si udì fischiare e bussare: erano arrivati dei briganti alla casetta; la vecchia li accolse e disse loro: "Ci sono qui degli ospiti a pernottare". "Bene, nonnina! Siamo stati in giro per niente tutta la notte e adesso la fortuna ci cade addosso. Dacci prima la cena!" "Ma i nostri ospiti si sono mangiati e bevuto tutto!" "Senti un pò che spavaldi! Dove sono?" "Sono andati a dormire in soffitta." "Vado a sistemarli io!" disse uno dei briganti prendendo un coltellaccio e s'arrampicò in soffitta. Non appena ebbe cacciato la testa nella porta, il soldato gli appioppò un tale colpo di baionetta che gli fece rotolare via la testa; poi trascinò il corpo dentro la soffitta e restò in attesa di quel che sarebbe successo. Aspetta e aspetta i briganti si chiesero: "Come mai ci mette tanto tempo?". E ne mandarono un altro; il soldato uccise anche quello. E così, in breve tempo, ammazzò tutti i briganti. All'alba lo zar si destò, vide i corpi e domandò: "Ah, soldato dove mai siamo capitati?". Il soldato gli raccontò tutto quello che era successo. Poi scesero dalla soffitta. Come il soldato vide la vecchia, le si scagliò contro: "Aspetta, vecchia strega! Adesso dovrai fare i conti con me! Volevi rapinarci? Tira subito fuori tutti i soldi!". La vecchia aprì un baule pieno d'oro; il soldato ne riempì la giberna, colmò tutte le tasche e disse al suo compagno: "Prendine anche tu!". Lo zar rispose: "No fratello, non ne ho bisogno; anche senza questo denaro il nostro zar è comunque molto ricco, e se lui è ricco, lo saremo anche noi" "Bè, come vuoi" disse il soldato e lo condusse fuori del bosco fino a una grande strada. "Se continui su questa strada" disse "fra un ora arriverai in città" "Addio" disse lo zar "e grazie per il servigio. Se verrai a trovarmi farò di te un uomo felice" "Storie! Io sono un disonore e se mi mostro in città mi acchiappano subito" "Non pensarlo neppure, soldato! Il sovrano mi vuole bene e se metto una buona parola e gli racconto il tuo coraggio, egli non solo ti perdonerà, ma ti darà anche una ricompensa." "E dove ti potrò trovare?" "Vieni direttamente alla reggia." "Va bene, domani verrò".
Lo zar si congedò dal soldato e s'incamminò per la strada maestra, arrivò alla capitale e senza perdere tempo, diede ordine a tutti i corpi di guardia e alle sentinelle che presidiavano le porte della città di stare all'erta: non appena fosse comparso un certo soldato, dovevano presentargli le armi e accoglierlo con tutti gli onori, come se fosse un generale. L'indomani non appena il soldato comparve alle porte della città, subito tutte le sentinelle corsero fuori a fare il Presentat arm. Il soldato si meravigliò: "Cosa significa mai?" e domandò: "A chi presentate le armi?" "A te, soldato!" Egli trasse fuori dalla giberna una manciata d'oro e la diede alla sentinella, per la vodka. Lungo il cammino, tutte le sentinelle gli presentavano le armi. "Un bel chiacchierone davvero, quel servo dello zar!" pensò. "Ha già detto a tutti che sono pieno di soldi." Giunto alla reggia, dove erano già schierati i soldati, il sovrano lo accolse indossando gli stessi abiti con cui era andato a caccia. Solo allora il soldato capì con chi aveva trascorso la notte nel bosco e si spaventò terribilmente: "Questo è lo zar e io l'ho picchiato con la baionetta, come se fosse stato mio fratello!" pensò. Ma lo zar lo prese per mano e lo ringraziò davanti a tutto l'esercito per averlo salvato e lo promosse generale, mentre suo fratello venne retrocesso a soldato semplice: non bisogna mai rinnegare la propria famiglia e il proprio sangue!

Note lessicali
*contadino russo

 
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Domenica 19 Dicembre 2010 01:31
 Il vascello volante  
(afanas’ev tratta dalla raccolta: "Antiche fiabe russe")

ilvascellovolanteC'era una volta un uomo e una donna che avevano tre figli. I primi due erano intelligenti, il terzo stupido. I primi due la madre li amava, dava loro bei vestiti; l'ultimo invece era vestito male. Era loro arrivata una carta dello zar, che diceva: «Chi costruirà un vascello in grado di volare, avrà mia figlia in sposa». I due figli maggiori decisero di tentare la sorte e chiesero ai loro vecchi la benedizione; la madre li equipaggiò per il viaggio, dette loro due pani bianchi, carni di vario tipo, una bottiglia di acquavite, e li accompagnò all'inizio della strada. Lo stupido, vedendo questo, cominciò anche lui a chiedere il permesso di andare. La madre cercò di convincerlo a non andar via: "Dove vuoi andare, imbecille? I lupi ti mangeranno". Ma lo stupido insistette: "Andrò e poi andrò!" La baba, vedendo che non c'era niente da fare, gli dette per la strada dei pani neri e una fiasca d'acqua e lo accompagnò fuori di casa.
Lo stupido camminò e camminò e incontrò un vecchio. Si salutarono. Il vecchio chiede: "Dove vai?" "Lo zar ha promesso in sposa la principessa a chi costruirà un vascello volante." "Sei capace di costruire un simile vascello?" " No, non sono capace." "E allora perché vai?" "Lo sa Dio perché." "Beh, se é così, siediti qui, riposati un pò e mangeremo qualcosa. Tira fuori quello che hai nel sacco." "Ho dentro della roba che mi vergogno a far vedere." "Non importa. Mangeremo quello che Dio ci ha dato!" Lo sciocco aprì il sacco, e non credette ai suoi occhi: c'erano pagnotte bianche companatico e condimenti vari. Dette quella roba al vecchio. "Vedi," disse il vecchio "come Dio aiuta gli sciocchi? Anche se tua madre non ti ama, ecco che anche tu sei ricompensato. Su, beviamo insieme un pò di vodka." E difatti nella fiasca invece dell' acqua c' era vodka. Poi disse il vecchio allo sciocco: "Và nel bosco, avvicinati al primo albero, fatti tre volte il segno della croce, e poi colpisci l'albero con la scure, tu stesso casca in giù con la faccia a terra e aspetta che ti risveglino. Allora vedrai vicino a te il vascello; sali sopra e vola dove devi; prendi con te chiunque incontrerai".
Lo sciocco ringraziò il vecchio, lo salutò e andò nel bosco. Si avvicinò al primo albero, fece quello che gli era stato detto di fare: si fece tre volte il segno della croce, colpì l'albero con l'accetta; cadde a faccia in giù e si addormentò. Dopo qualche tempo qualcuno lo sveglia. Lo sciocco si svegliò e vede il vascello bell'e pronto. Non stette molto a pensarci, vi salì sopra e il vascello volò nell'aria. Vola, vola e vola, c'è un uomo coricato sulla strada, con l'orecchio appoggiato a terra. "Salute, zietto!" "Salute, a te, uomo" "Che cosa fai?" "Ascolto quello che si fa nell'altro mondo." "Sali sul mio vascello". L'altro non volle rifiutare, salì sul vascello e continuarono a volare. Vola, vola e vola, c'è un uomo che cammina su una gamba sola, l'altra è come legata all'orecchio: "Salute, zietto. Perché cammini su una gamba sola?" "Me la sono attaccata a un orecchio, altrimenti corro troppo veloce, così cammino su una gamba sola" "Vieni con noi." Quello salì e continuarono a volare. Vola, vola, vola ed ecco che vedono un uomo con un fucile, che prende la mira, ma non vedono il bersaglio. "Salute, zietto, a cosa miri? Non si vede neanche un uccello." "Ma come vuoi che possa sparare vicino? Dovrei sparare a una belva o a un uccello a mille verste* da qui altrimenti non posso colpire niente!" "Sali con noi!" Anche lui salì e volarono oltre. Vola, vola e vola e vedono un uomo che porta un sacco pieno di pane. "Salute; zietto! Dove vai?" "Vado a procurare il pane per un pranzo." "Ma come: ne hai già un sacco pieno!" "A me questo pane non basta per una sola volta." "Sali con noi". Il mangione salì e s'involarono. Vola, vola e vola e vedono un uomo che gira intorno a un lago. "Salute zietto! Cosa cerchi?" "Vorrei bere, ma non trovo l'acqua." "Ma se davanti a te c'è un lago intero, perché non bevi?" "Ah, quest'acqua non mi basta neppure per un sorso!" "Allora sali con noi!" Egli salì e volarono ancora. Vola, vola e vola, ed ecco vedono un uomo che va nel bosco. Sulle spalle ha un mucchio di legna. "Salve zietto. Perché porti la legna nel bosco?" "Non si tratta di semplice legna." "Che legna è?" "Se la butti in giro viene su un intero esercito." "Vieni con noi!"Anch'egli salì sul vascello e continuarono il volo. Vola, vola e vola, ed ecco che vedono un uomo che porta un sacco di paglia. "Salute, zietto. Dove porti quella paglia?" "Al villaggio." "Forse che nel villaggio c'è poca paglia?" "Ma questa è una paglia speciale: se c'è un'estate calda, e tu spargi questa paglia, di colpo viene giù il freddo: neve e gelo!" "Vieni con noi!" Questo fu l'ultimo incontro.
Così volarono dallo zar. In quel momento lo zar stava a pranzo. Vide il vascello volante, si stupì, e mandò un servo a chiedere chi fosse arrivato. Il servo va, vede che sono tutti contadini; non chiede niente e, tornato al palazzo, riferisce che sul vascello non c'è neppure un pan**, c'è solo gente bassa. Lo zar rifletté che dare la figlia in sposa ad un contadino non andava bene e meditò su come sbarazzarsi di un tale genero. Poi trovò: "Gli affiderò vari incarichi difficili!" Subito manda qualcuno dallo sciocco e gli chiede di portargli l'acqua viva e l'acqua morta, prima che il pranzo finisca. Mentre comunicava questo suo ordine al servo, la prima persona incontrata (quello che ascoltava ciò che si faceva all'altro mondo) sentì l' ordine dello zar e lo comunicò allo sciocco. "E adesso che devo fare? Neppure in tutta la vita riuscirò a trovare una tale acqua." "Non temere" gli disse quello che camminava veloce "io ci riuscirò." Arrivò il servo e comunicò allo sciocco l'ordine dello zar e lo sciocco rispose: "Digli che gliela porterò!" Il compagno dello sciocco staccò allora la sua gamba dall' orecchio, corse e in un attimo trovo l'acqua che curava e faceva vivere (l'acqua viva e l' acqua morta). "Ci sono riuscito!" si disse. E volle riposarsi sotto un mulino, ma si addormentò. Il pranzo dello zar sta finendo, e lui non compare. Sul vascello sono tutti inquieti. Il primo incontrato mette l'orecchio a terra, ascolta e dice: "Ehi! Dorme sotto un mulino!" Il miratore prese il fucile, sparò al mulino e il colpo risvegliò il corri-veloce. Questi in un momento portò l'acqua magica. Lo zar non si era ancora alzato da tavola e il suo ordine era eseguito. Non c'era niente da fare: bisognava trovare un altro comando. Lo zar ordinò allo sciocco: "Se sei così furbo, mostra la tua bravura: mangia, con i tuoi compagni, in una sola volta, dodici tori arrostiti e dodici sacchi di pane." Il primo amico sentì e riferì allo sciocco la decisione dello zar. Lo sciocco si spaventò: "In una sola volta io non sono capace di mangiare neppure un pane." "Non temere" risponde il Divoratore "per me tutto ciò è ancora poco!" Giunse il servo e comunicò l'ordine dello zar. "Bene," rispose lo sciocco, "dateci quel cibo e mangeremo tutto!" Portarono dodici tori e dodici sacchi di pane. Il Divoratore da solo mangiò tutto. "Ehi," dice, "è poco. Ne vorrei ancora un poco." Lo zar allora ordinò allo sciocco di bersi quaranta botti di vino. Il primo amico sentì questo ordine e lo riferì allo sciocco, che si spaventò. "Eh, disse,io non sarei capace di bere neppure un secchio." "Non temere," disse Bevitutto, "io solo sono in grado di bere tutto quel vino, e ce n'è ancora poco!". Riempirono di vino le quaranta botti; Bevitutto arrivò e senza neppure tirare il fiato si bevve tutte le botti fino all'ultima. Poi disse: "È poco: ne vorrei ancora!".
Dopo di che lo zar ordinò allo sciocco di prepararsi alle nozze, di andare nel bagno per lavarsi. Il bagno era di ferro e lo zar ordinò di scaldarlo in modo che lo sciocco morisse soffocato. Così giunse lo sciocco e dietro a lui l'uomo con la paglia. Doveva metterla per terra. Li rinchiusero tutti e due nel bagno. Il contadino sparse la paglia, a venne un tale freddo, che lo sciocco riuscì a malapena a lavarsi, perché l'acqua nelle vasche ghiacciò. Salì sulla stufa e lì passò la notte. La mattina aprirono il bagno: lo sciocco è vivo e vegeto sulla stufa e canta. Lo riferirono allo zar. Questi si rattrista; non sa come liberarsi dallo sciocco. Pensa e ripensa, gli ordina di apprestare un intero reggimento di soldati. E pensa tra sè: "Da dove tirerà fuori tutti quei soldati? Questo comando non riuscirà ad eseguirlo!". Quando lo sciocco seppe di questo incarico, si spaventa e dice: "Ecco che sono spacciato! Voi, fratelli, mi avete tirato fuori dai guai più di una volta; ma adesso non c'è niente da fare" "Ehi tu!" esclamò l'uomo della legna, "ti sei forse dimenticato di me? Ricordati che io sono un maestro per questa cosa! Non temere!" Arrivò il servo, trasmise l'ordine dello zar: "Se vuoi sposare la principessa, prepara per domani un intero reggimento di soldati" "Bene, lo farò!" disse lo sciocco. "Però se lo zar mi rifiuterà ancora, con tutto questo reggimento io invaderò lo stato e mi prenderò a forza la principessa!"
La notte l'amico dello sciocco portò il suo fascio di legna e sparse la legna in varie parti. Subito saltò su uno smisurato esercito, con cavalleria, fanteria e cannoni. Il mattino lo zar vide questi soldati e questa volta fu lui a spaventarsi; mandò subito allo sciocco preziosi ornamenti e vestiti e lo invitò a entrare nel palazzo e a sposare la principessa. Lo sciocco si adornò con quelle ricche vesti e divenne così bello, che non lo si può neanche descrivere. Comparve davanti allo zar, sposò la principessa, ricevette una grande dote e divenne intelligente ed accorto. Lo zar e la zarina gli vollero bene, e la principessa lo amò con tutta l'anima. Festeggiarono, banchettarono e infine tornarono nel proprio regno, dove vissero felici e contenti.


Note lessicali:
* (antica unità di misura di lunghezza, usata nell'Impero Russo, equivalente a circa 1067 metri.)

** (parola polacca che sta per "signore")

 

 
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